Studi Bartoliani

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Intervento di apertura della Sessione di Studi Bartoliani del Prof. Luigi Lacchè, Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Macerata

Signor Sindaco, Cari colleghi, Signore e Signori,

desidero anzitutto ringraziare gli organizzatori di questo incontro, il Comune di Sassoferrato e l’Istituto Internazionale di Studi Piceni, per avermi invitato e per aver voluto aprire il Congresso internazionale di Studi Umanistici con una prima sessione dedicata a Bartolo da Sassoferrato. E per me un’occasione davvero gradita, anche perché mi offre la possibilità di ritornare nella patria di Bartolo a distanza di molti anni, ovvero dal 1994, dai tempi del Convegno su «La vita e il pensiero di Bartolo da Sassoferrato». Mi fa altrettanto piacere sottolineare il fatto che questa iniziativa odierna si inserisce all’interno del tradizionale e prestigioso Congresso Internazionale di Studi Umanistici giunto quest’anno alla sua XXXII edizione, a testimonianza di un percorso importante che si è consolidato nel tempo, con un programma – relativo a un tema di grande interesse, «Pace e guerra nell’Umanesimo e nel Rinascimento in Europa e nelle Marche» – di assoluto valore scientifico. Ringrazio il Presidente dell’Istituto Internazionale di Studi Piceni, il prof. Ferruccio Bertini, per avermi invitato ad aprire la sessione dedicata al figlio più illustre di Sassoferrato. E non posso non plaudire a un’Amministrazione Comunale che, pur in un periodo così complicato, sostiene un’iniziativa culturale di questo tipo. Come faceva notare il Sindaco, oggi viviamo in un’epoca nella quale chi coltiva e diffonde gli studi umanistici sembra quasi doversi giustificare. Tale attitudine, in un paese come l’Italia che ha nel suo DNA, direi “nella sua carne e nel suo spirito”, la tradizione umanistica (nella più ampia accezione possibile), confina spesso con Fautolesionismo. Non si vuol comprendere che anche ciò che fa sviluppo, che fa economia in Italia e, quindi, innova e fa crescere il paese, ha sempre a che fare con la cultura e con l’Umanesimo. Come rettore di un Ateneo focalizzato interamente sulle scienze umanistiche e sociali, non posso non sentire da vicino questi problemi. E penso che lo spirito di Bartolo, che aleggia a Sassoferrato, produca ancora qualche effetto, se qui si riescono a organizzare convegni di tale livello. Ovviamente, come storico del diritto non posso non cogliere il legame indissolubile tra la vostra città e Bartolo. Parliamo di due termini non separabili e parlare di Bartolo nella città di Sassoferrato acquista un sapore speciale. Ora, parlare di Bartolo è facile e difficile allo stesso tempo. Facile anche per chi, come me, non è certo uno specialista, perché subito emerge con tutta evidenza il suo “posto” nella storia del pensiero giuridico. Bartolo non mancherebbe mai in una ideale quadreria dei giuristi europei del millennio appena trascorso. Ma la facilità termina qui. Il profilo intellettuale e il profilo dell’opera sono talmente smisurati che diventa, invece, difficile coglierli in tutta la loro complessità. Il Bartolo “immaginato” dei ritratti è quasi il segno di un enigma, di qualcosa che, nonostante tutto, sfugge alla nostra comprensione. Diventare un “mito” già in vita capita a pochissimi giuristi. Qui la realtà e la leggenda tendono a sovrapporsi. Iuris monarcha, lucerna iuris, Apollinis oraculus, i titoli e le iperboli si accumulano nel corso del tempo. Il brocardo nemo bonus iurista nisi sit bartolista designa una tradizione plurisecolare, appena scalfita dalle critiche degli umanisti. Bartolo è un giurista “epocale”, una di quelle figure capaci di contenere in loro la forza, Fidentità, le contraddizioni di un’epoca. Come può esserlo un Dante o un Giotto. Non c’è praticamente questione cruciale del proprio tempo che Bartolo non affronti nella sua opera. Le sue lezioni universitarie ci fanno vedere o intravedere l’ “io” del giurista, la sua spiccata soggettività, una intelligenza sempre aguzza delle cose. E un autore che possiede all’ennesima potenza tutti i registri culturali che solitamente riconosciamo al giurista medievale con la sua capacità di consolidare la tradizione, di ordinare una realtà incandescente, di innovare attraverso i potenti dispositivi dellînterpretatio iuris. Dalle opere legate all’insegnamento fino ai trattati e ai consilia emerge sempre uno spaccato del diritto vivente che Contrassegna una civiltà urbana vitalissima e originale. Nessuno meglio di Bartolo ha saputo cogliere e ricostruire le potenzialità e le contraddizioni insite nel rapporto tra diritto e politica nel Medioevo maturo. Il linguaggio giuridico dà forma al politico, gli dà, appunto, il formato e da questo incontro nascono idee e concetti nuovi, talvolta sul limitare di una modernità precorritrice di nuove sensibilità. La letteratura sull’opera di Bartolo non è, a ben vedere, particolarmente vasta, tanto più se ne consideriamo la rilevanza. Negli ultimi decenni abbiamo avuto studi ed edizioni critiche su alcuni dei suoi più importanti trattati (Quaglioni, Cavallar, Zendri, Lepsius, Peruzzi…) o su diversi aspetti della sua poliforme attività (Rossi, Treggiari…). Naturalmente non c’è opera monografica sul diritto medievale che possa tralasciare il lavoro di Bartolo. Eppure, si ha l’impressione che ci sia ancora spazio per studi ulteriori, riletture critiche, nuove prospettive di ricerca. I relatori di questa sessione bartoliana, tutti impegnati in questa direzione, ci faranno intravedere, con profitto, questo impegno. A me non resta che ringraziarvi e augurarvi buon lavoro.